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Economia, Livolsi: “Ai e lavoro tra rischio sociale e competitività delle imprese”

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ROMA – “Papa Leone XIV ha dedicato la sua prima enciclica sociale, ‘Magnifica humanitas’, alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il fatto che l’enciclica porti la data del 15 maggio, anniversario della ‘Rerum Novarum’ di Leone XIII, è un segnale importante: la trasformazione in corso non riguarda soltanto la tecnologia, ma una nuova rivoluzione industriale e sociale”. Così Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A., nel nuovo appuntamento della sua rubrica con l’agenzia Dire, curata da Angelica Bianco.

LIVOLSI: “STA CAMBIANDO IL MODO IN CUI LE IMPRESE ORGANIZZANO IL LAVORO”

“Meta ha intanto annunciato migliaia di licenziamenti a livello globale- prosegue- Una parte dei dipendenti verrà sostituita, un’altra ricollocata in funzioni direttamente legate ai nuovi sistemi AI. Anche in Italia emergono casi di questo tipo, con processi di riorganizzazione sempre più diffusi nei servizi, nella consulenza e nelle attività amministrative. Non si tratta di semplice taglio dei costi: sta cambiando il modo in cui le imprese organizzano il lavoro. Da sottolineare è che, almeno in questa fase, l’intelligenza artificiale non sembra colpire soprattutto il lavoro manuale, ma quello intermedio. Non spariscono i rider che consegnano cibo sotto la pioggia o gli addetti alle attività fisiche difficilmente automatizzabili. A diventare vulnerabili sono invece coordinatori, figure amministrative, manager intermedi e professioni cognitive standardizzate. In altre parole, quella parte di classe media che per anni ha rappresentato l’ossatura organizzativa delle imprese moderne”.

OCCUPAZIONE A CLESSIDRA

“È il fenomeno- spiega ancora l’economista- che gli economisti definiscono ‘occupazione a clessidra’: si rafforzano le posizioni più alte e quelle più operative, mentre il centro tende progressivamente a restringersi. In alto restano poche professionalità altamente specializzate, ben retribuite e capaci di progettare o governare i sistemi tecnologici; in basso attività manuali che non possono ancora essere sostituite; nel mezzo molte funzioni che rischiano progressivamente di ridursi o sparire”.

IL NOTO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

“Nell’ambito della Commissione ‘Mercati emergenti, industria e innovazione’ dell’Intergruppo parlamentare dedicato all’AI, di cui coordino i lavori- dice Livolsi- il tema centrale non è se utilizzare o meno l’intelligenza artificiale – scelta ormai inevitabile per imprese e sistemi economici – ma come accompagnarne gli effetti industriali e sociali. È sbagliato affrontare il tema in modo ideologico o antindustriale. Le imprese non adottano l’intelligenza artificiale per moda, ma perché la competizione globale le spinge a farlo. Stati Uniti e Cina stanno investendo centinaia di miliardi di dollari in infrastrutture digitali, data center, algoritmi e automazione. La produttività generata dall’AI sta già modificando costi, tempi decisionali, logistica, progettazione industriale e servizi finanziari. Anche le aziende europee devono necessariamente muoversi in questa direzione. È però fondamentale governarne gli effetti economici e sociali, evitando che l’aumento di produttività si traduca esclusivamente in concentrazione della ricchezza, compressione della classe media e riduzione delle prospettive occupazionali intermedie. Per questa ragione il tema non può essere lasciato soltanto alle grandi piattaforme tecnologiche o alle singole aziende. Servono politiche industriali, formazione continua, incentivi alla riqualificazione professionale e un nuovo raccordo tra istituzioni, università, finanza e sistema produttivo. Anche il ruolo dei sindacati dovrà inevitabilmente evolvere: non solo difesa dell’esistente, ma partecipazione attiva ai processi di trasformazione tecnologica”.

“Come ogni rivoluzione industriale, l’AI produrrà nuovi vincitori e nuovi squilibri. La sfida sarà fare in modo che la produttività generata dalle nuove tecnologie riesca a tradursi in crescita diffusa, salari migliori e nuove opportunità, e non in un ulteriore ampliamento delle disuguaglianze sociali ed economiche” conclude Livolsi.
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