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Salute. L’esperta: trattare il dolore oncologico aiuta la risposta alle cure

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ROMA – Nel giorno del World Cancer Day, sotto la lente una delle dimensioni più rilevanti della malattia oncologica: il dolore. Un dolore che oggi può essere trattato in modo sempre più efficace ma che ancora troppe persone credono di dover sopportare in silenzio, perché inevitabile.

A focalizzare l’attenzione è la professoressa Flaminia Coluzzi, responsabile Centro terapia del dolore onco-ematologia Ospedale Sant’Andrea di Roma, docente presso il Dipartimento di Scienze medico chirurgiche e medicina traslazionale Sapienza Università di Roma, direttore Scuola di specializzazione in medicina e cure palliative Sapienza Università di Roma

“Il dolore non è un semplice sintomo del tumore: è spesso una vera e propria malattia nella malattia. Cambia la vita delle persone, ne mina l’autonomia, il sonno, le relazioni. Oggi sappiamo che non deve più essere accettato come inevitabile, perché sono stati fatti grandi progressi nelle conoscenze e nelle possibilità terapeutiche – spiega Coluzzi – La storia naturale della malattia oncologica è cambiata e il futuro di un paziente che accede alla terapia del dolore oncologico può essere molto lungo e possibilmente esitare nella guarigione. Il dolore oncologico, infatti, non è legato solo alla presenza di metastasi. Sempre più pazienti sviluppano forme di dolore cronico dopo chemioterapia, interventi chirurgici o radioterapia. Sono dolori di tipo neuropatico, con bruciore, scosse elettriche, formicolii. Questo accade perché le terapie possono danneggiare le strutture nervose e innescare un processo chiamato neuroinfiammazione”.

Ed è proprio qui che si gioca una delle sfide più moderne della medicina del dolore. “La neuroinfiammazione è un meccanismo che, in condizioni normali, ha un ruolo protettivo, per mantenere in equilibrio il sistema nervoso centrale e difenderlo da insulti esterni. Ma quando gli stimoli dolorosi persistono, questo processo si altera e finisce per amplificare il dolore, rendendolo cronico e indipendente dalla malattia oncologica stessa. In pratica il dolore diventa una patologia autonoma, che, come tale, va riconosciuta e curata”, afferma l’esperta.

La conseguenza è un cambiamento radicale nell’approccio terapeutico. “Oggi – prosegue Coluzzi – non trattiamo più il dolore solo in base a quanto è forte, ma in base ai meccanismi che lo generano. Il vecchio binomio dolore oncologico-morfina è superato: gli oppioidi restano importanti, ma fanno parte di strategie molto più complesse e mirate, costruite sul tipo di dolore e sulla sua origine biologica”.

Curare il dolore significa anche incidere sulla prognosi. “Le evidenze scientifiche dimostrano che migliorare la qualità di vita può aumentare anche la sopravvivenza. Un paziente che non soffre è un paziente che risponde meglio alle cure, che mantiene forze fisiche e psicologiche – aggiunge l’esperta – Nel World Cancer Day dobbiamo dirlo con chiarezza: il cancro non deve far male per forza. Riconoscere il dolore e intervenire in modo precoce significa restituire dignità, futuro e speranza a milioni di persone”.
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